[QUI la seconda parte]
Il sole stava tramontando quando decisi di infilarmi sotto
la doccia e J, come sempre, si accucciò in bagno ad aspettarmi. Mi sorprendeva
ogni volta come la mia vita fosse cambiata in quegli ultimi anni, anche se
cercavo di pensarci meno possibile per non rischiare di riaprire quella ferita
che a stento si era chiusa, per non urtare una cicatrice che forse non era
ancora nemmeno nata. In una frazione di secondo mi ero ritrovata a vivere in
quella casa enorme, una casa che avevo sempre amato e in cui avevo trascorso la
mia infanzia. L’acqua fredda mi richiamò alla realtà, senza accorgermene avevo
spostato la manopola verso il blu e ora il mio corpo era ricoperto di pelle
d’oca. La spostai nuovamente verso l’acqua calda e una sensazione di tepore mi
attraversò. Appena uscita dalla cabina della doccia infilai l’accappatoio e J
iniziò a leccarmi i piedi, lo accarezzai e finii di asciugarmi. Una volta
rivestita andai in cucina e mi misi ai fornelli per preparare la cena; avevo
voglia di crepes.
Anche quella sera, dopo aver mangiato, portai J a fare una
passeggiata. Il cielo era limpido e le stelle erano più luminose del solito. Mi
divertii a cercare le miei costellazioni preferite: la Cintura d’Orione, il
Grande e Piccolo Carro (che mi richiedeva sempre un po’ di impegno) e infine le
quattro costellazioni che preferivo, protagoniste della stessa storia:
Andromeda, Perseo, Cassiopea e Cefeo.
Cassiopea era la regina d’Etiopia, moglie di Cefeo e nota per
la sua vanità, tanto che un giorno osò definirsi addirittura più bella delle
Nereidi, meravigliose creature marine. Queste, adirate, si rivolsero al dio del
mare Poseidone e lo pregarono di punire la presunzione della donna. Egli mandò
allora, sulle coste del regno di Cefeo, un terribile mostro di nome Ceto, con
l’incarico di sollevare un’onda così alta da sommergere il territorio. Cefeo,
però, ricevette un oracolo che gli disse che, per salvare il suo regno, avrebbe
dovuto sacrificare al mostro marino la figlia Andromeda. Egli, a malincuore,
incatenò la giovane a degli scogli, ma la fanciulla venne salvata da Perseo, un
attimo prima di essere catturata da Ceto. Il giovane, in sella al suo cavallo
alato Pegaso, stava, infatti, tornando dall’impresa contro Medusa, di cui aveva
con sé la testa dallo sguardo pietrificante. Egli utilizzò dunque quel trofeo
per trasformare in statua il mostro marino e successivamente chiese la mano di
Andromeda. Cassiopea venne invece destinata a girare eternamente attorno al
polo, ritrovandosi spesso, seppure sul trono, completamente a testa in giù, in
modo che le vesti nascondessero la sua bellezza, fonte della sua vanità.
Quello che non mi ha mai convinto di questa storia, seppure
la reputi una dei miti più belli, è il motivo per cui Poseidone decise di
collocare Cassiopea in cielo. Certo, le sue vesti le avrebbero nascosto spesso
il volto, ma per una donna colpevole di vanità, l’essere collocata in cielo,
tra stelle ed eroi, risulta essere più una ricompensa che un castigo. In ogni
caso ero lì sul prato, con J sdraiato ai miei piedi, che osservavo quella
doppia “w” e riflettevo sugli infiniti vizi degli uomini, sulla cattiveria che
spesso li accomuna, sui valori ormai sempre più deboli, sulla vita. Un rumore
tra gli alberi fece sobbalzare J che iniziò ad abbaiare. Un cervo si mise a correre
nel prato e subito richiamai il mio amico vietandogli di rincorrerlo. Era un
cane così obbediente.
Cinque anni prima avevo trovato un allevamento di pastori
tedeschi poco lontano da casa e una settimana dopo J faceva parte della mia
vita. Diventammo inseparabili in pochissimo tempo e ben presto iniziai ad
addestrarlo. Oltre ai comandi base, come “Seduto”, “Fermo” o “A cuccia”, sapeva
riconoscere una decina di oggetti che mi portava immediatamente se richiesto,
gli dicevo di non abbaiare e subito taceva, fissava il frigo se aveva fame, mi
avvisava dandomi dei colpetti con la testa se sentiva qualche rumore strano o
avvertiva qualcosa. Un giorno ero sul retro a bagnare delle piante e lo vidi
correre verso di me con qualcosa in bocca: la posta. Il postino mi raccontò poi
che gli era andato in contro e gli aveva strappato di mano le buste: da quel
giorno era lui l’addetto a quelle che, per lo più, erano bollette da pagare.
[Continua...]
B.
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