Sono giorni di connessione internet per lo più assente; scrivere questo post è tipo un miraggio. Appena verrà ristabilita la linea tornerò presente sul blog. Ho un racconto a puntate da portare avanti! Racconto che probabilmente metterò in una sezione a parte, così da poter continuare a scrivere anche il resto. In ogni caso, visto che la connessione sembra magicamente reggere, vi metto qui la quarta parte. Spero vi possa accompagnare in questo "pomeriggio spompo di domenica".
Il giorno seguente passò lentamente. A metà pomeriggio
cucinai una torta con i pochi ingredienti rimasti; l’indomani sarei scesa per
la spesa. J fiutava l’aria e mi guardava incuriosito, gli sorrisi e gli
allungai una ditata d’impasto. Finita la torta, lessi per qualche ora e poi,
lentamente com’era iniziata, la giornata finì. Chiusi gli occhi pensando al
futuro.
Mi ero dimenticata di chiudere le persiane: un raggio di
sole mi colpì in pieno volto e mi svegliò. Cercai di riaddormentarmi, ma non vi
riuscì e così decisi di alzarmi.
Feci colazione con la torta che avevo cucinato il giorno
prima, diedi da mangiare a J e sbrigai qualche altra faccenda. Verso le undici
ero pronta per scendere in paese. Salutai affettuosamente il mio compagno e mi
assicurai che non mi seguisse.
Il supermercato era pieno di gente. Qualcuno mi guardò come
se fossi venuta da un altro pianeta, qualcuno evitò proprio di incrociare il
mio sguardo, pochi altri mi salutarono cordialmente. Riempii il carrello con
tutto il necessario e mi diressi alla cassa.
“Tesoro!”
Carla. Gli altri clienti si girarono a guardarla con aria
interrogativa. Credo che nessuno avesse all’epoca ancora capito che si, Carla e
Finni erano mie amiche! E incredibile, non le avevo mai minacciate di morte! La
salutai e le chiesi come stava. Mi rispose che sarebbe venuta sua sorella a pranzo
e che dunque aveva ancora un bel po’ da fare. Le dissi di tornare pure alle sue
commissioni e ci salutammo.
Uscii dal supermercato e mi venne voglia di Pirandello.
Salutai il proprietario della piccola libreria e gli chiesi
se aveva l’Enrico IV. Mi rispose che forse ne era rimasta una copia in
magazzino, doveva controllare. L’uomo scomparve così dietro una tenda, in
quello che si poteva definire più uno sgabuzzino che un magazzino, e tornò con
una copia del libro, impolverata e risalente come minimo al dopoguerra. La presi.
Appena uscii dal negozio decisi di fare un salto da Annetta:
dopo la storia che mi aveva raccontato Carla, la mia immaginazione aveva preso
a girare e volevo vederla per cercare di capire se potesse avere avuto una
storia d’amore con il forestiero. Entrai nella sua piccola bottega e per
giustificare il mio ingresso le chiesi un parere riguardo a dei pantaloni che
avrei dovuto stringere e che in realtà non possedevo. Mi disse che senza
poterli vedere non mi sarebbe stata molto d’aiuto e mi consigliò così di tornare
con essi. Mentre mi parlava, la guardai attentamente: sotto un classico vestito
da donna di campagna, si nascondeva un corpo esile e ingobbito da una vita
trascorsa china sui fili; gli occhi azzurri le illuminavano il volto e i
capelli raccolti in uno chignon, lo incorniciavano. In passato doveva essere
stata sicuramente una donna bellissima. La ringraziai e le dissi che allora
magari la settimana seguente le avrei portato i pantaloni. La salutai e uscii.
Camminando fino alla macchina mi ritrovai a pensare che potesse essere stata
davvero lei la famosa, e presunta, fortunata.
J e io trascorremmo il resto della settimana come meglio
sapevamo fare, ossia non badando troppo alle giornate e al tempo che lentamente
passava.
Un pomeriggio mi sdraiai sull’erba con lui e, osservando gli
alberi e la collina, mi venne voglia di dipingere. Andai a prendere le tempere
e ritrassi il paesaggio. Non ero mai stata molto portata, ma era un’attività
che mi rilassava e che aveva la capacità di mandare in stand by i miei
pensieri, sempre troppo invadenti. J dormiva accanto a me e io respiravo l’aria
della mia vita, una vita che mi ero ritrovata a dover vivere, mentre quella
cicatrice continuava a bruciare.
Mi capitava, sebbene assai raramente, di ripensare
all’operazione, o meglio, al prima e al dopo: gli unici momenti che ricordavo. I medici erano riusciti quasi in un
miracolo: avevano salvato una gamba che sarebbe stata da amputare talmente bene che, a parte qualche dolore legato al cambiare del tempo, non ne
avevo mai avvertiti molti altri.
Il ricordo peggiore della mia permanenza in ospedale furono
i “se” e i “come sarebbe potuto essere”: rischiarono di uccidermi. Quando venni
dimessa nessuno venne a prendermi. Ero rimasta completamente sola.
Fu dopo poco meno di un anno che mi trasferii qui, sebbene
non fossi sicura che potesse essere la scelta più giusta. Fin da subito, mi
adattai a vivere di poco e a non avere amici all’infuori di J, Carla e Finni,
se amici si possono definire. Avevo il minimo indispensabile per sopravvivere,
dal momento che tutto ciò di cui avevo realmente bisogno non esisteva più. Nonostante avessi moltissimi soldi da parte, non li usavo: la voglia di
vivere i miei sogni era svanita. Un tempo risiedevano in me speranze, desideri,
idee e progetti, ma mi ero ritrovata, per inerzia, ad accettare ciò che
(non) avevo e ad accantonare tutto ciò che mi rendeva davvero viva. Lottavo ogni istante con
i fantasmi di ieri e spesso mi chiedevo dove tutto ciò mi avrebbe portata e se
mai mi sarei imbattuta in un altro orizzonte, in un’alba diversa dalle aurore
che accendevano debolmente le mie giornate vuote.
[Continua...]
B.
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