[QUI la prima parte]
“Cara senti...”
Finni chiamava tutti caro o cara.
“Non è che hai bisogno di qualcosa? Ultimamente ti vedo più,
come dire…sola del solito.”
Non feci a tempo a ringraziarla e a dirle che no, non avevo
bisogno di nulla, che Carla si intromise e ribatté:
“Ma sentila! Lasciala un po’ stare questa povera ragazza! Se
avesse bisogno di qualcosa ce lo direbbe! Non è vero tesoro?”
Se Finni chiamava tutti caro o cara, Carla chiamava tutti
tesoro.
“So di poter contare su di voi, ma Carla ha ragione: ve lo
direi se avessi bisogno di qualcosa. Grazie Finni per il pensiero.”
“Ok cara, mi fido. Ora rimettiamoci al lavoro che questa
casa ha bisogno della sua rinfrescata settimanale!”
Sorrisi. Ero così fortunata ad averle incontrate.
A un certo punto, durante una discussione letteraria, Carla
sentenziò:
“Secondo me Dante non era del tutto normale.”
Finni la guardò con rimprovero.
“Non puoi darle torto Finni, Carla ha ragione. Per scrivere
un’opera come la Divina Commedia non si può essere proprio sanissimi!”
“Qui non si tratta di essere normali o sani! Si tratta di
essere geniali e a Dante la genialità non mancava proprio.”
Finni adorava la Commedia. L’aveva riletta più volte, sapeva
alcuni canti a memoria e riusciva a spiegarti ogni più piccolo passaggio mentre
un bagliore le illuminava gli occhi. Carla, invece, sebbene interessata alla
letteratura, riteneva l’opera un: “Viaggio delirante di uno schizofrenico che
non sapeva di esserlo, seppure di indubbia intelligenza e maestria.”
Ci ritrovavamo spesso a disquisire dell’argomento e ogni
volta Finni cercava di convincerci a rivalutarla. Per farle piacere avevo anche
provato a rileggerla, ma a metà non l’avevo abbandonata, sebbene, come Carla,
riconoscevo che Dante fosse un uomo di rara abilità.
“La genialità gliela riconosco, ma è scritta in un
modo!Ecco: fosse scritta in prosa e in italiano moderno credo che potrei anche
provare ad apprezzarla.”
Carla era pazzesca. Cocciuta e testarda come pochi. Decisi
di cambiare argomento: l’ultima volta il signor Alighieri aveva portato a un
clima che non si definirebbe per nulla sereno.
“Finni hai più letto il libro che ti ho prestato?”
“Certo cara! Meraviglioso! Dovrei avertelo portato.
Ricordami più tardi che controllo nella borsa.”
Commentare un libro subito dopo averlo letto era qualcosa
che Finni non era in grado di fare: doveva assimilarlo per bene e di solito
passava qualche settimana prima di riuscire a strapparle un’impressione o una
considerazione che andasse oltre il: “Meraviglioso.”
Continuammo a pulire la casa in silenzio, avevamo quasi
terminato il piano terra, dal pranzo ci separava ancora metà del secondo piano.
Come sempre, Carla era addetta all’aspirapolvere, Finni alla cera e ai
detersivi ed io agli stracci e al riporre le cose al loro posto, una volta
spolverate. Eravamo una squadra infallibile: dopo un’ora stavamo finendo di
sistemare una delle camere degli ospiti al primo piano, dopo quella avevamo
finito. Sebbene abitassi sola in quella grande casa, mi rifiutavo di lasciarla
impolverata e sporca: anche le stanze in cui non entravo mai si meritavano di
essere incluse nella pulizia.
Ci sedemmo tutte e tre in cucina per consumare il pranzo:
torta di verdura portata da Carla e pasta al forno fatta da me e avanzata dalla
sera prima.
“Tesoro ti ho mai raccontato del forestiero che si fermò nel
nostro paese più di trent’anni fa?”
“E’ incredibile, ma credo che tu non mi abbia mai raccontato
questa storia!”
Risposi a Carla.
“Si, è decisamente pazzesco che tu non gliel’abbia mai
raccontata amica mia! Peccato che sia una storia assolutamente priva di
importanza!”
Finni ci teneva sempre a precisare.
“Non starla ad ascoltare! Per lei è priva d’importanza
perché a quell’epoca era in viaggio di nozze e non l’ha vissuta. In ogni caso,
quarantacinque anni fa, come ti dicevo, arrivò un uomo che si trattenne in
paese per circa una settimana, se non vado errata. Soggiornò nell’unico albergo
che vi era al tempo e che ora non c’è nemmeno più. Non ricordo il suo nome, ma
fatto sta che tutte le donne del paese, dalle più giovani, come me all’epoca,
alle più anziane o sue coetanee, cedettero al suo fascino. Era un uomo
singolare, non si poteva definire bello, sebbene fosse sicuramente molto
attraente. Arrivò un mattino con uno zaino in spalla e ripartì com’era venuto.
Non socializzò con nessuno, si limitava ai convenevoli e appariva piuttosto scontroso.
Tuttavia, si dice che ebbe una breve, ma intensa storia d’amore con una delle
donne di qui. Non si sa chi fosse, anche se i sospetti sono sempre ricaduti
sull’Annetta. Lei ha sempre negato, ma io sono sicura che sia lei la
fortunata!”
“Annetta la sarta?”
Esclamai stupita. In passato era sicuramente potuta essere
una bella donna, ma, per quanto l’avessi vista davvero poche volte, non me
l’immaginavo proprio nelle vesti di un’amante passeggera e per di più di un
forestiero.
“Si lei! Non ha dell’incredibile? Quella donna è
assolutamente inappropriata come protagonista di una storia d’amore! Non l’ho
mai vista con un uomo e credo non ne abbia mai nemmeno avuto uno! Fatta
esclusione per il forestiero, sempre che la storia sia vera.”
“Vorrei sapere chi sei tu per giudicare!”
Ribatté Finni.
“E comunque non vedo quale sia il problema. Sono passati più
di quarant’anni, quell’uomo non si è mai più fatto vedere quindi mi sembra
assolutamente inutile continuare a parlare di questa storia.”
Finni aveva ragione. Tuttavia nella mia mente iniziarono a
fluire milioni di immagini: Anna e il forestiero su un prato che si scambiano
la promessa del loro amore, il momento in cui si dicono addio, il loro bacio. O
magari niente di tutto ciò, magari tra i due non successe nulla e Annetta non
fu altro che una delle tante che apprezzò da lontano l’uomo.
“Certo che però la curiosità resta.”
Affermai.
“Quella rimarrà per sempre, tesoro.”
Si affrettò ad aggiungere Carla.
Pochi minuti dopo riprendemmo a lavorare e verso le cinque e
mezza finalmente finimmo. Salutai le due donne, Finni si ricordò del libro e me
lo restituì. Non appena le vidi scomparire per la discesa andai a riporre il
libro e chiamai J. Si era rifugiato nella sua cuccia sul retro; un’abitudine
durante la pulizia della casa. Sembrava quasi che non volesse disturbare o
intralciare il lavoro e poi, sebbene Carla e Finni non si potessero definire
tali, non amava gli estranei.
[Continua...]
B.
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