QUI la settima parte
QUI il racconto in sequenza
Mi accucciai accanto a J e gli feci capire che avrebbe dovuto dormire al piano terra, lo salutai e salii in camera. La finestra dava sul giardino, così costai le tende e osservai lo sconosciuto montare la tenta. Che razza di nome era “?” ? Probabilmente uno dei suoi genitori era inglese. Osservandolo, mi resi conto che era davvero un bell’uomo.
QUI il racconto in sequenza
Mi accucciai accanto a J e gli feci capire che avrebbe dovuto dormire al piano terra, lo salutai e salii in camera. La finestra dava sul giardino, così costai le tende e osservai lo sconosciuto montare la tenta. Che razza di nome era “?” ? Probabilmente uno dei suoi genitori era inglese. Osservandolo, mi resi conto che era davvero un bell’uomo.
I suoi gesti erano rapidi e decisi: doveva averli già compiuti almeno un milione di volte.
Mi preparai e mi distesi a letto, ma i
pensieri tornarono a quella figura accampata lì fuori. Che razza di
idea avevo avuto? Perché l’avevo lasciato entrare? C’era qualcosa in lui che
non riuscivo a spiegarmi.
Mi alzai e tornai alla finestra. Questa volta la luce della
mia stanza era spenta e l’oscurità mi era complice: non avrebbe mai potuto
vedermi. Pensavo fosse già andato a dormire, ma lo trovai seduto sulla panchina
vicino al portico. Fumava una sigaretta e guardava il cielo. La luna era quasi
piena: una luce soffusa e debole lo illuminava. Osservai la sua figura e
qualcosa dentro di me si mosse. Iniziava ad essere decisamente troppo. Tornai a
letto.
Stavo cercando di prendere sonno quando sentii J abbaiare. Scesi precipitosamente dal letto e corsi di sotto dove lo vidi agitarsi davanti alla porta. Mi affacciai a
una finestra per capire cosa stesse succedendo e il viso dell'uomo mi si parò davanti:
“Scusa. Volevo fare un giro intorno alla casa e devo averlo
spaventato.”
“Perché proprio ora un giro intorno alla casa? Ero
finalmente riuscita ad addormentarmi!”
“Scusa.”
“Basta chiedere scusa.”
E senza nemmeno capire quello che stessi facendo, in un attimo fui
fuori in giardino.
“Non dormi?”
“Dormo sempre molto poco. E poi le stelle sono bellissime
stasera.”
“C’è la luna quasi piena, ci sono serate migliori per guardarle.”
“Si e no.”
Chissà cosa volesse dire. E perché io ero in giardino con
quello sconosciuto?
“Beh visto che ora siamo svegli entrambi, hai voglia di
parlare un po’?”
Non avevo mai ricevuto una proposta così.
“Va bene.”
Le parole uscirono prima che potessi controllarle.
Ci sedemmo sulla panchina e in pochissimo tempo fu mattino:
mi persi nei suoi occhi tutta la notte. Cercavo il suo sguardo, seguivo le sue
mani, lo guardavo fumare e ascoltavo i racconti dei suoi viaggi. Le ore
passavano e mi resi conto che sarei potuta stare lì seduta per sempre. L’alba
illuminò i suoi capelli scuri. Vidi i colori sorgere sul suo viso: i suoi occhi
divennero nocciola, la sua pelle rosea. Avrei voluto dipingere quel momento, se
solo ne fossi stata in grado.
“Vuoi un caffè?”
“Grazie, si.”
“Seguimi.”
Entrammo in casa insieme e lo portai in cucina dove gli feci
cenno di sedersi su uno degli sgabelli intorno all’isola. Quella cucina era
l’unico lusso che mi ero permessa. Cucinare mi aiutava a scacciare via i
demoni. E poi avevo moltissimo tempo libero.
Gli porsi lo zucchero e il latte, ma mi disse che lo
preferiva amaro. Mentre sorseggiava la sua tazza, diedi da mangiare a J.
“Tu non lo bevi?”
“Si, ora arrivo.”
Mi sedetti in uno sgabello al lato adiacente al suo. Volevo
vedere il suo viso.
“Abiti qui da sola?”
Stavo aspettando questa domanda da un po’.
“Si.”
“Capisco. Beh, dev’essere dura tenere in ordine una casa così
grande da sola.”
Dentro di me lo ringrazia per la sua discrezione.
“Ci sono due donne del paese che mi aiutano una volta a
settimana. Altrimenti si, sarebbe dura.”
Per un attimo non disse nulla.
“Ti darebbe fastidio farmi fare un giro delle stanze? Adoro
le case.”
Gli sorrisi e annui. Avrei potuto dire di si a qualsiasi sua
richiesta.
Quando arrivammo davanti alla libreria si fermò a guardarla
attentamente.
“Li hai letti tutti?”
“Più o meno.”
Si avvicinò e passò le dita su alcune delle copertine; era
un gesto che compivo spesso anch’io. Sussurrò piano alcuni titoli, si mise in punta di piedi per
vederne altri e si accucciò per non perdere quelli più in basso.
“Mi sono fatto un’ idea, possiamo proseguire.”
“Un’idea di cosa?”
“Di te.”
Non seppi cosa dire.
Proseguimmo al piano di sopra e a quello sopra ancora. Di
tanto in tanto fece qualche apprezzamento, ma per il resto si limitò a
guardarsi intorno con aria attenta.
“Perché non c’è nessuna fotografia?”
Un’altra domanda che stavo aspettando.
“Ho litigato con le fotografie molto tempo fa.”
Mi sorrise e rispettò le mie poche parole.
Scendendo le scale per tornare al piano terra, sentii il suo
sguardo su di me. Mi seguì di nuovo in cucina e gli chiesi quali sarebbero stati i suoi
piani.
“Pensavo di fare un giro per il paese, poi non so, vedrò.
Decido sempre all’ultimo cosa fare.”
“Se vuoi farti una doccia, puoi usare il bagno qui dietro.”
“Grazie, volentieri!”
Gli portai degli asciugamani e andai a prepararmi anch’io.
Meno di un’ora dopo era già pronto accanto al cancello del
giardino: zaino fatto, tenda smontata.
“Grazie per l’ospitalità. E per il tour della casa.”
Un
sorriso gli illuminò il viso.
“Figurati. Non ho ospiti molto spesso; mi ha fatto piacere.”
“Anche a me.”
I nostri sguardi non si lasciarono fino al momento in cui si
girò e iniziò a camminare per la strada.
“Se hai voglia di ripassare, mi trovi qui.”
Stupida.
Si girò e mi disse che si, magari sarebbe tornato.
[Continua...]
B.
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